Non voglio rubare il mestiere ai «Blogosferi» che si occupano di cinema, ma quando il critico del New York Times sostiene che La meglio gioventù è tra i dieci migliori film del 2005, si crea una questione con un rilievo non limitato al settore cinematografico, ma che riguarda la cultura italiana nel mondo. Cioè la nostra Gasolina. Quindi, anche un po' questo blog.
Congratulazioni a Marco Tullio Giordana (il regista) e agli attori. Per quanto mi riguarda, il film ha un innegabile pregio: si getta nella storia, uscendo da quelle «Tre camere e cucina» cui Pierluigi Battista, in un pezzo sul Corriere di qualche giorno fa, imputa gran parte della povertà di idee che zavorra il decollo del cinema italiano.
Ma credo che il film abbia anche un innegabile difetto: dà ragione a Francis Fukuyama, il sociologo che vide nel crollo del muro di Berlino la «fine della Storia» e delle dinamiche che fino ad allora l'avevano mossa.
Al momento dell'uscita del film avevo scritto una riflessione. La ripropongo a chi voglia continuare a leggere.
Dal 1966 al 1992 il racconto della Meglio gioventù attraversa contesti precisi. C’è l’alluvione di Firenze, il Sessantotto, l’epoca delle Br, l’attentato a Falcone, Tangentopoli. Nel 1995, nel 2000 e nel 2003 ci sono solo affari di famiglia. Strano non appaiano riferimenti a Berlusconi, Prodi, D’Alema. Alla Bosnia, al Kosovo. Strano non appaiano richiami all’11 settembre e a quanto ne è derivato. Sembra davvero che la Storia sia stata intrappolata dalle Mani Pulite, e che dopo non sia accaduto nient’altro.
Il protagonista della Meglio gioventù è un tipo singolare, Nicola Carati (Luigi Lo Cascio, in forma smagliante). Quando un dentista nord-coreano spedisce a casa l’Italia di Edmondo Fabbri dai mondiali d’Inghilterra, lui esulta. Quando Tardelli sputa l’ugola per la felicità di un gol alla Germania Ovest, lui passeggia con la figlia in un museo torinese di storia naturale.
(sfido chiunque a provare che la sera dell’11 luglio 1982, durante la finale dei mondiali di Spagna, a Torino fosse aperto un qualsiasi museo, che quattro custodi vi fossero al lavoro e che uno di questi si sia disperato quando Breitner siglò il gol della bandiera tedesco).
Nicola Carati fa lo psichiatra (che non lo fai, se non sei un tipo singolare), e ha sogni che vive con coraggio. E’ tra i volontari quando l’Arno si porta via un po’ di Firenze, vuole la fantasia al potere, crede in un signore di nome Franco Basaglia e instrada la sua vita su quei binari. Ha amici fidati, intransigenti e coraggiosi. Ha una moglie che si perde nel delirio del terrorismo. Una figlia bellissima. Un fratello sensibile ed estraneo al mondo, dal quale si congeda in un piovoso capodanno volando da un balcone.
La vita di Nicola Carati corre accanto alla Storia, e in certi punti la incrocia annodandosi ad essa. Il capitolo intitolato Brigate Rosse si squaderna con violenza davanti ai suoi occhi, in casa sua, nel suo letto. Gli stravolge la vita, malgrado i suoi sforzi di far vincere l’amore sull’odio con un tentativo estremo, sposare in carcere una donna che fa di tutto per non farsi amare. Il tritolo di Capaci sfiora sua sorella, giudice a Palermo. Tangentopoli gli passa davanti nello sfogo dignitoso di un imprenditore che ne è coinvolto (uno dei momenti più belli del film). Poi la vita di Nicola Carati sembra decollare verso il pianeta dell’interiorità. Scopre che il fratello ha avuto un amore e che ne è nato un bambino. Se ne prende cura. Nel Duemila il bimbo è un ragazzone, e Nicola si scopre innamorato della madre, sua cognata. A unirli è lo spirito del fratello, che veglia su di loro durante una passeggiata su un sentiero in Val d’Orcia. Tre anni dopo, il ragazzone scrive una lettera dalla Norvegia, dove quarant’anni prima suo zio («o Papà, meglio Nicola») si era affacciato alla vita. «Tutto è veramente bello», gli dice.
Ho pensato: la meglio gioventù ha dichiarato fallimento. Voleva una rivoluzione totale, ha avuto vittorie e sconfitte personali (la vittoria è il recupero di Giorgia, ragazza restituita alla normalità psichica; la sconfitta è nel fratello suicida e nella moglie brigatista). La politica è morta con Tangentopoli, quella attuale ne è figlia. Allora, meglio guardarci dentro e pensare a migliorarci per quel che possiamo. Bene, e chi non ha fatto il Sessantotto e tutto il resto? La nostra passione civile, le sfide del futuro, la globalizzazione da decifrare, il nostro volontariato, il servizio civile; tutto questo, insomma, non conta? Non abbiamo un’adeguata colonna sonora? Pensiamo solo a sposarci e a metter su casa e a vedere il mondo dalla finestra di Internet? Questo siamo, soltanto?







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