Cronaca e pensieri sulla cultura italiana
«Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture quindi non le “può” prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie».
Così scriveva di sé Dino Buzzati nel 1967. E che una relazione intensa, quasi una simbiosi, leghi i suoi quadri ai suoi libri lo dice proprio quel dipinto lassù, dove piazza del Duomo a Milano sembra a tutti gli effetti la fortezza Bastiani del suo romanzo più famoso, il Deserto dei Tartari.
Buzzati, si sa, è stato uno degli scrittori più importanti per il nostro Novecento letterario. Ed è stato anche un formidabile cronista, capace di « far vedere», e non solo di raccontare, la tragedia del Vajont con queste parole.
«Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico».
Non so se i suoi quadri siamo così immediati e al contempo suggestivi come le sue parole. Motivo per cui non mi perderò la mostra che da domani al 28 gennaio si terrà alla Rotonda della Besana di Milano: Buzzati racconta - storie disegnate e dipinte.
Un modo intelligente per celebrarne il centenario della nascita.